Educazione sessuale e affettiva: scuole, famiglie, adolescenti

Che cosa è utile dire a ogni età, come si risponde alle domande dei figli e in che forma si svolgono gli incontri con le classi e con i genitori.

Gran parte degli adulti che arrivano in studio per una difficoltà sessuale porta con sé un'informazione sbagliata imparata a tredici anni e mai più verificata. È il motivo per cui l'educazione sessuale e affettiva non è un'attività parallela al lavoro clinico: è la stessa materia, affrontata prima che diventi un sintomo.

In Italia non è una materia, e il buco si vede

Nel nostro ordinamento l'educazione sessuale non è una disciplina curricolare obbligatoria: esiste dove una scuola decide di attivarla, con progetti a termine, oppure non esiste. La conseguenza non è che i ragazzi restino senza informazioni, perché le informazioni le trovano comunque. È che le prendono da fonti non scelte, senza nessuno che corregga quello che hanno capito male.

Nelle famiglie il problema ha una forma diversa. Quasi tutti i genitori sono d'accordo sul fatto che bisogna parlarne; molti non sanno a che età, con quali parole, e soprattutto come rispondere quando la domanda arriva in un momento scomodo. Quel vuoto operativo è ciò su cui si può lavorare in poche ore.

Che cosa cambia con l'età

L'errore più comune è pensare che esista un unico discorso da fare, da rimandare fino al momento giusto. Gli argomenti utili cambiano, e quasi nessuno riguarda la tecnica.

Età Di che cosa ha senso parlare Errore frequente
6–10 anni Nomi corretti delle parti del corpo, differenze, intimità e pudore, chi può toccare e chi no, come si dice no a un adulto Usare soprannomi per gli organi genitali: toglie al bambino le parole per raccontare un abuso
11–13 anni Pubertà e tempi diversi fra coetanei, ciclo mestruale, emozioni e innamoramento, immagine corporea, regole della vita online Aspettare che il figlio chieda: a quest'età ha già smesso di chiedere agli adulti
14–18 anni Consenso e sue condizioni, contraccezione, infezioni sessualmente trasmesse, pornografia e aspettative, relazioni di controllo, dove andare per un consiglio riservato Ridurre tutto alla prevenzione dei rischi, senza mai nominare il piacere o il rispetto

La tabella non è un programma da svolgere in ordine. Serve a capire che a sei anni si costruisce il vocabolario, a dodici si accompagna un cambiamento che il ragazzo sta già vivendo, e a sedici si discutono decisioni che in parte sono già state prese.

Le domande dei genitori, e le risposte che non funzionano

«Sei troppo piccolo per queste cose» chiude la conversazione e insegna una regola che resta per anni: di questo con te non si parla. Dopo quella frase le domande successive andranno altrove.

Anche il discorso unico e solenne, preparato e fatto una volta sola, funziona male: mette sotto esame tutti e due, e non lascia spazio al seguito. Quello che regge è l'opposto, cioè molte risposte brevi, date nel momento in cui la domanda arriva, proporzionate a quello che è stato chiesto e non a quello che il genitore teme. Una domanda su come nascono i bambini, a sei anni, non è una richiesta di spiegazioni sulla sessualità adulta.

Il terzo punto riguarda l'imbarazzo. Non va nascosto: un genitore che dice «mi mette un po' in difficoltà, ma ne parliamo» trasmette due cose insieme — che l'argomento è legittimo e che le emozioni si possono nominare. Fingere una scioltezza che non si ha funziona meno.

Quando la prima fonte è la pornografia

Per una quota alta di adolescenti il primo materiale sessualmente esplicito arriva prima di qualunque conversazione con un adulto, spesso non cercato. Il problema non è morale e non si risolve con i divieti, che a quell'età producono solo maggiore riservatezza. Il problema è che quel materiale insegna cose sbagliate su tre punti precisi, e sono gli stessi tre che ritrovo nei colloqui con adulti anni dopo:

  • la prestazione: durata, dimensioni e continuità dell'erezione presentate come standard, con l'ansia da prestazione come conseguenza quasi automatica;
  • il dolore: rappresentato come normale o desiderabile, con il risultato che una ragazza può non riconoscere come problema un dolore durante i rapporti che invece va valutato;
  • il consenso: assente dalla scena, perché nella finzione è dato per scontato, e quindi mai mostrato come qualcosa che si chiede e si verifica.

Correggere questi tre punti richiede un'ora, non un corso. Ma serve qualcuno che li nomini.

Il consenso si insegna prima di parlare di sesso

Nelle scuole primarie il tema si affronta senza mai toccare la sessualità: si lavora sul fatto che il proprio corpo è proprio, che un abbraccio si può rifiutare anche a una persona a cui si vuole bene, che un adulto che chiede di mantenere un segreto sul corpo sta facendo qualcosa che va raccontato. Sono competenze che poi, nell'adolescenza, diventano la base su cui si capisce che il consenso è revocabile e che il silenzio non è un sì.

Chi salta questo passaggio si trova a dover spiegare il consenso a quindici anni a ragazzi che non hanno mai esercitato il diritto di dire no su niente.

Parlarne anticipa l'inizio dei rapporti?

È l'obiezione che blocca più progetti scolastici, e le rassegne internazionali sui programmi di educazione sessuale completa indicano il contrario: non anticipano l'età del primo rapporto e si associano a un uso più costante della contraccezione e a comportamenti meno rischiosi. L'effetto osservato, dove i programmi sono strutturati e non ridotti a un incontro isolato, è di posticipo e di maggiore protezione, non di anticipazione.

Vale la precisazione opposta per onestà: un singolo incontro di due ore non produce quei risultati. Serve a correggere informazioni errate e ad aprire un canale, che è già molto, ma non è un programma.

Come si lavora con le scuole

Gli interventi nelle classi si costruiscono con i docenti prima di entrare in aula: fascia d'età, cosa è già stato affrontato, quali temi la scuola vuole includere ed escludere, eventuali situazioni particolari nel gruppo. In aula il formato è il laboratorio, con domande anonime raccolte per scritto, perché a quell'età nessuno fa in pubblico la domanda che gli interessa davvero.

L'esperienza su cui si basa questa impostazione viene da cicli di incontri di educazione all'affettività e alla sessualità condotti nelle scuole medie inferiori e dall'attività svolta presso il Centro per la prevenzione e la cura del disagio giovanile. Agli incontri con le classi si affianca, dove la scuola lo prevede, una serata per i genitori: separata, perché le due platee hanno bisogni diversi e domande che non si fanno davanti ai figli.

Per i genitori, e per gli adulti

Non serve un problema per chiedere un colloquio. I motivi più frequenti sono tre: un genitore che non sa come rispondere a una domanda o come reagire a una scoperta; un adolescente che preferisce parlare con qualcuno che non sia in famiglia; una coppia adulta che si accorge di avere informazioni discordanti o idee rigide su che cosa sia normale.

In tutti e tre i casi si tratta di percorsi brevi, spesso di pochi incontri, con un obiettivo definito all'inizio. Le modalità e i tempi funzionano come per gli altri percorsi: la pagina su costi, durata e modalità riporta come viene impostata la prima fase, e lo studio di Terni si prenota telefonicamente. Per richieste da parte di istituti scolastici il primo passaggio è un contatto dalla pagina contatti, con indicazione di fascia d'età e numero di classi.

Domande frequenti

A che età si può cominciare a parlarne?

Dalla scuola primaria, con contenuti diversi: nomi corretti delle parti del corpo, intimità e diritto di dire no. Non è una conversazione sulla sessualità, è il vocabolario che servirà dopo.

Mio figlio non chiede niente: devo lasciar stare?

Dagli undici-dodici anni il silenzio non indica disinteresse ma riservatezza, e la fonte diventa un'altra. Conviene aprire l'argomento per occasioni concrete — una serie, una notizia, una domanda di un compagno — senza farne un colloquio formale.

Gli incontri nelle scuole che forma hanno?

Laboratori per classe, concordati prima con i docenti su età, temi e limiti, con domande anonime raccolte per scritto. Dove la scuola lo prevede si aggiunge un incontro separato per i genitori.

Un adolescente può venire in studio da solo?

Per i minori serve il consenso dei genitori, ma il contenuto dei colloqui è coperto dal segreto professionale. Le regole su che cosa viene riferito alla famiglia si definiscono in modo esplicito al primo incontro.

Parlare di sessualità ai ragazzi li spinge a cominciare prima?

Le rassegne sui programmi strutturati indicano il contrario: nessuna anticipazione dell'età del primo rapporto e un uso più costante della contraccezione. Un incontro isolato, però, non produce quegli effetti.

«Educazione sessuale e affettiva: scuole, famiglie, adolescenti»: testo a cura della Dott.ssa Claudia Cardinali, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica. Ultima revisione il .