Calo del desiderio sessuale: valutazione e percorso

Non esiste una frequenza normale: contano la durata, il disagio e le condizioni in cui il desiderio c'era. Che cosa escludere prima e come si procede.

La richiesta arriva quasi sempre con un confronto dentro: si stava meglio prima, l'altro vuole più spesso, le amiche raccontano altro. Nessuno di quei tre termini di paragone dice se c'è un problema. Quello che lo dice è la combinazione di tre elementi concreti: da quanto tempo dura, quanto disagio produce in chi lo porta, e in quali condizioni il desiderio c'era e ora non c'è più.

Non esiste una frequenza normale

Non c'è un numero di rapporti al mese sotto il quale si è malati. Il criterio clinico guarda la durata, convenzionalmente intorno ai sei mesi di riduzione persistente, e soprattutto il disagio personale: un desiderio basso che non crea sofferenza a nessuno dei due non è un disturbo da trattare, e trasformarlo in diagnosi fa più danni che la condizione stessa.

Il contrario vale altrettanto. Un calo di poche settimane può essere pesantissimo se arriva dentro una relazione già tesa, e in quel caso il motivo per occuparsene c'è, anche se la durata è breve.

Desiderio spontaneo e desiderio responsivo

Molte persone arrivano convinte di avere qualcosa che non va perché non sentono mai quella spinta improvvisa che hanno visto raccontata. Il modello circolare della risposta sessuale descritto da Rosemary Basson distingue due forme: il desiderio spontaneo, che precede l'eccitazione, e il desiderio responsivo, che compare dopo, quando il corpo è già coinvolto da un contatto piacevole.

La conseguenza pratica cambia l'ordine delle cose. Chi funziona in modo responsivo, e sono molte più persone di quante si pensi, in particolare nelle relazioni lunghe, se aspetta di sentire il desiderio prima di avvicinarsi non lo sentirà. Non perché sia spento, ma perché in quel sistema la voglia arriva seconda. Capire quale dei due profili si ha evita mesi di tentativi nella direzione sbagliata.

Nella coppia il problema è la distanza, non il livello

Nella maggior parte dei casi non c'è un desiderio patologico, c'è una differenza di desiderio fra due persone. La distinzione non è accademica: decide chi viene considerato il paziente.

Quando la coppia si presenta con un malato designato, quello che vuole meno, il percorso parte male. Chi desidera meno è nella posizione di chi deve giustificarsi, e la giustificazione è il contesto meno erotico che esista. Chi desidera più spesso, dall'altra parte, porta un problema reale: il rifiuto ripetuto viene vissuto come rifiuto della persona, non dell'atto. Su questa asimmetria si lavora in due, ed è il terreno della terapia di coppia.

Prima di leggerlo come un problema psicologico

Una parte dei cali di desiderio ha una causa che non si risolve parlando. Vale la pena escluderla all'inizio, con il medico, perché continuare a cercare un conflitto dove c'è un farmaco o una tiroide è tempo perso.

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Nessuna di queste voci esclude il lavoro psicologico, e quasi nessuna lo rende inutile. Cambia il punto di partenza: si corregge quello che si può correggere e si lavora su quello che resta.

Con questo partner o in generale

È la distinzione che orienta più di ogni altra. Un desiderio assente in ogni contesto, compresa la solitudine e l'immaginario, va indagato prima sul piano medico. Un desiderio che esiste altrove e si è spento dentro la relazione racconta della relazione, e lì nessun integratore interviene.

Esiste anche una terza possibilità, quella che in studio emerge con più fatica: il desiderio c'è, ma non per quel tipo di sessualità. Rapporti sempre uguali, sempre allo stesso orario, sempre con la stessa sequenza, finiscono per diventare prevedibili. La noia non è un difetto di carattere, è un'informazione.

Quando il calo protegge da qualcos'altro

Spesso il desiderio non è il problema ma la soluzione che il corpo ha trovato. Chi ha avuto rapporti dolorosi smette di desiderarli, e la sequenza è così logica che passa inosservata: il calo arriva dopo il dolore durante i rapporti, non prima. Lo stesso vale per chi ha accumulato serate andate male: l'ansia da prestazione produce evitamento, e l'evitamento prolungato si presenta come assenza di voglia.

Quando alle spalle c'è un'esperienza sessuale subita o un episodio rimasto bloccato, il desiderio resta abbassato come misura di sicurezza. In quei casi il lavoro passa dalla rielaborazione del ricordo con l'EMDR, perché finché l'allarme è attivo il resto non si muove.

Il paradosso dell'agenda

Al consiglio di programmare i rapporti si arriva presto, e funziona o fallisce per un motivo preciso. Mettere in calendario una prestazione aggiunge una scadenza a un problema di pressione, e peggiora tutto. Mettere in calendario il contesto — una sera senza telefoni, senza bambini, senza il discorso sulle bollette appena prima — crea le condizioni in cui il desiderio responsivo può comparire, senza che sia richiesto in anticipo.

La differenza fra le due versioni è se l'appuntamento riguarda il risultato o la situazione. Nella prima si va a un esame, nella seconda si libera uno spazio.

Come si lavora in studio

Si parte da una ricostruzione precisa: in quali periodi il desiderio c'era, che cosa era diverso allora, quando e in che circostanze è cambiato. Quella mappa serve più di qualunque questionario, perché individua condizioni concrete da ricreare invece di qualità astratte da coltivare.

Il secondo passaggio è togliere la richiesta. Finché ogni avvicinamento è potenzialmente l'inizio di un rapporto atteso, l'unico modo di dire no è evitare il contatto, e la coppia perde anche la parte non sessuale. Si definisce quindi uno spazio di contatto senza sbocco obbligato, su cui poi si costruisce con la focalizzazione sensoriale. In parallelo si lavora sull'immaginario erotico, che in molti casi non è assente ma censurato, e sul conflitto che sta dietro, quando c'è.

Tempi e modalità vengono definiti entro le prime quattro sedute, come per gli altri percorsi: la pagina su costi, durata e modalità riporta come funziona quella fase.

La domanda da farsi prima di cominciare

Vale la pena arrivare al primo colloquio con una risposta, anche provvisoria: voglio tornare a desiderare, oppure voglio che l'altro smetta di chiedermelo? Sono due obiettivi diversi e portano a due percorsi diversi. Il secondo non è una risposta sbagliata, è un'informazione che cambia tutto il resto, ed è meglio dirla all'inizio che scoprirla al decimo incontro.

Domande frequenti

Il calo del desiderio si cura con il testosterone?

Solo quando esiste una carenza documentata dagli esami, e la valutazione è dell'endocrinologo o dell'andrologo. Con valori nella norma l'integrazione non aumenta il desiderio e non è priva di rischi.

Se non sento mai il desiderio prima del contatto, c'è qualcosa che non funziona?

Non necessariamente: è il profilo del desiderio responsivo, in cui la voglia compare dopo l'eccitazione. Diventa un problema solo se produce disagio o se la coppia lo interpreta come disinteresse.

Devo venire con il partner?

Si può iniziare da soli e in molti casi è così che si comincia. Quando il tema è la differenza di desiderio fra due persone, il lavoro in due arriva prima al risultato.

Posso smettere l'antidepressivo che mi ha abbassato il desiderio?

Non da soli. La sospensione autonoma espone a ricadute e a sintomi da interruzione: la questione si porta al medico che ha prescritto la terapia, che può valutare dose o molecola.

Quanto tempo serve per vedere un cambiamento?

Dipende da quanto il calo è recente e da quante cause concorrono. Entro le prime quattro sedute vengono presentati obiettivi e tempi previsti, quindi la stima arriva presto e con criteri espliciti.

«Calo del desiderio sessuale: valutazione e percorso»: testo a cura della Dott.ssa Claudia Cardinali, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica. Ultima revisione il .